Nuraxi Figus: fossili e natura preistorica

Nuraxi Figus: fossili e natura preistorica

Adagiata nel cuore rurale del Sulcis Iglesiente, Nuraxi Figus conta poche centinaia di anime, strade silenziose e il profumo del mare a pochi minuti d’auto. A prima vista, questo piccolo centro appare come un borgo custode di una quiete ordinaria. Eppure, sotto i passi leggeri di chi attraversa questa terra, si cela un segreto straordinario. Nel buio del sottosuolo dorme una foresta fossile rimasta intatta per 310 milioni di anni, che il tempo e la pressione hanno trasformato in pietra nera e carbone. I fossili e la natura preistorica di Nuraxi Figus non sono semplici reperti: sono frammenti vivi di un’eternità geologica iniziata molto prima che l’uomo muovesse i primi passi sul pianeta.

Il Carbonifero nel Sulcis: il respiro di una foresta perduta

Ricostruzione illustrata di una foresta tropicale del Carbonifero con felci arboree ed equiseti
Antica illustrazione di una foresta del Carboniferous Pteridophyta, simile a quella sommersa nel Sulcis. / Wikimedia Commons

Immaginate una sconfinata pianura tropicale, calda e umida, ferma a trecentodieci milioni di anni fa. Al posto della macchia mediterranea c’erano giganti vegetali oggi estinti: equiseti alti come palme e felci arboree talmente fitte da azzerare la luce del sole.

Lassù volavano libellule con settanta centimetri di apertura alare. Al suolo, invece, strisciava l’Arthropleura: un millepiedi gigante lungo due metri, vero colosso preistorico dall’alimentazione vegetariana. Proprio qui, tra Iglesias e Gonnesa, i ricercatori dell’Università di Cagliari hanno ritrovato un pezzo della sua corazza fossile. Una scoperta pazzesca per la paleontologia italiana.

Poi, il fango e i sedimenti hanno coperto tutto. Secolo dopo secolo, la compressione della terra ha sigillato quella giungla immensa, trasformandola nell’unico vero giacimento carbonifero d’Italia: cento chilometri quadrati di pietra ed energia sepolti nel buio del Sulcis.

La miniera di Monte Sinni: l’ultimo custode del fuoco nero

Le strutture di Monte Sinni spuntano all’improvviso alle porte del paese. È l’ultimo avamposto del carbone italiano, spento definitivamente nel 2019.

I primi scavi partirono negli anni Trenta, in pieno periodo autarchico, sotto il nome di Littoria Prima. Da allora sono cambiate gestioni, governi e bandiere, ma non l’anima di chi scendeva nei pozzi. Per generazioni – tra padri, figli e nipoti – la miniera è stata una seconda pelle, una famiglia intera, ben oltre la fatica e il pane. Oggi quelle strutture svettano nel cielo come scheletri di cattedrali industriali. Silenziose. Difficili da spiegare a chi non è nato qui.

Veduta panoramica dall'alto della Miniera di carbone Carbosulcis a Nuraxi Figus, in Sardegna.
La miniera di Monte Sinni (Carbosulcis) a Nuraxi Figus. (Foto: Alex10 / Wikimedia Commons)

Cosa vedere tra i fossili e la natura preistorica di Nuraxi Figus

Il nome del borgo dice già tutto: in sardo significa “nuraghe dei fichi”. La storia qui ha messo radici molto prima che l’uomo iniziasse a cercare il carbone. Se entrate in paese, quasi nascosto tra i pini, trovate il protonuraghe di Is Bangius, un monumento massiccio e strano per questa zona. Poco più in là ci sono il Pozzo Sacro di Is Arenas e, arrampicate sulla collina, le Domus de Janas di Serra Maverru. Un vero labirinto di archeologia concentrato in pochissimi chilometri.

I grandi blocchi di pietra calcarea del protonuraghe Is Bangius a Nuraxi Figus
I resti del protonuraghe di Is Bangius, situato nel territorio di Nuraxi Figus. Foto di Robertorondelli / Wikimedia Commons / CC BY-SA 4.0

Per chi vuole ricostruire la storia geologica di questa terra, la mappa prevede due tappe obbligatorie.

A Carbonia, dentro i vecchi spazi della Grande Miniera di Serbariu, c’è il Museo dei Paleoambienti Sulcitani “E.A. Martel”. È lì che si trova la collezione che spiega la nascita del Sulcis, con i tronchi fossili e la ricostruzione dell’insetto gigante. I pezzi originali più rari e i campioni di studio della flora del Carbonifero sono invece custoditi a Cagliari, nei laboratori del Museo di Paleontologia “Domenico Lovisato” dell’Università.

Nessun trucco da guida turistica: Nuraxi Figus costringe a guardare la Sardegna da una prospettiva diversa, ricordandoci che il nostro futuro poggia su una roccia profonda trecento milioni di anni.

In copertina: Fossile di Arthropleura via Wikimedia Commons (CC0 1.0 Universal / Pubblico Dominio).

 

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